Perché festeggiare le lingue?

Il 26 settembre era la giornata europea delle lingue, ricorrenza istituita nel 2001 dal Consiglio d’Europa per incoraggiarne l’apprendimento, promuovere la diversità linguistica e sensibilizzare sul tema del plurilinguismo attraverso convegni, seminari e laboratori.

Sulla scia di questa ricorrenza, oggi vi racconto perché a mio avviso è così importante festeggiare le lingue. Parto da una considerazione di fondo. Ogni giorno svolgiamo un’attività che ci contraddistingue rispetto a tutte le altre specie: parlare. Lo facciamo grazie al linguaggio e alle tante lingue che popolano il nostro mondo (oltre 6.000). Detto altrimenti, le lingue sono ciò che l’uomo ha di più umano e vivo: festeggiarle equivale a dare valore alla nostra identità, specie, cultura.  

Considerazioni di fondo a parte, i miei studi e il mio lavoro mi spingono a ulteriori riflessioni sull’argomento. Se vi va di scoprirle, continuate a leggere.

Le parole come dono

Evoluzione

Avete mai pensato al potere delle parole? Se vi ci soffermate, riuscirete ad apprezzare il dono che esse rappresentano. Parlare ci permette di esprimere, manifestare, legittimare e condividere i nostri pensieri e le nostre emozioni; ascoltare ci permette di capire, scoprire altri punti di vista, metterci in discussione e crescere.

Anche se non è sempre facile esprimere ciò che pensiamo, sono proprio le parole ad aver contribuito allo sviluppo di connessioni e collegamenti cerebrali che a loro volta hanno favorito il processo evolutivo. A differenza del linguaggio animale che assomiglia più a un riflesso in quanto è rigido e finalizzato all’immediato e al concreto, infatti, nell’uomo l’emissione di suoni è un’attività pensante, appresa e capace di evolversi.

Lingue e cultura

Non mi sono mai accontentato delle parole (Wörter) senza poi arrivare alle cose (Sachen). Il mio scopo non è mai stato solo di costruire case, ma anche di viverci dentro.

Mi piace pensare che lingua e cultura siano intrecciate per formare un unico racconto e trovo che le parole di Jacob Grimm (sì, proprio uno dei fratelli delle famose favole) spieghino bene il concetto. In questa citazione, tratta dalla prefazione del volume dedicato alla grammatica comparata delle lingue germaniche, il filosofo, linguista e scrittore tedesco enuncia il suo metodo: Grimm era infatti un grande sostenitore della stretta correlazione tra lo studio delle lingue e la comprensione delle condizioni culturali tanto che, attraverso l’analisi dei testi, dei dati linguistici e delle tradizioni, produsse una descrizione della civiltà germanica.

Abbondanza lessicale

Non è un caso se tra i tanti sinonimi del termine “diverso” si trovi anche il termine “abbondante”. E infatti, quando si tratta di spiegare l’abbondanza di lessico, i linguisti citano spesso un esempio che ha a che fare con la diversità: le centinaia di parole usate in lingua eschimese per definire le diverse forme e condizioni della neve.

Ma ad abbondanza l’italiano non è secondo a nessuno! Basti pensare alla nostra adorata pasta: in Italia esistono almeno 350 varietà di paste alimentari a seconda della forma, dimensione, regione di origine o modo di preparazione. I nomi che le identificano, poi, sono circa quattro volte tanto. Senza scendere troppo nei dettagli, ecco qualche esempio:

Paste lunghe piatte: lasagne, pappardelle, paglia e fieno, tagliatelle, taglierini, bavette, linguine, fili d’argento;

Paste lunghe tubolari: vermicelli, capellini, mezzanelli, bucatini, spaghetti;

Paste corte tubolari: sedani, penne, chifferi, gramigna, rigatoni, tortiglioni, anelli, braccetti;

Paste fantasia: conchiglie, gnocchi, maltagliati, ruote, farfalle, lumache, orecchiette, stelline, peperini;

Paste ripiene: agnolotti, ravioli, tortellini, cannelloni.

Non trovate che questa ricchezza lessicale ci dica qualcosa anche sulla nostra cultura?

Permeabilità

Un altro tesoro da preservare delle lingue è la loro permeabilità. In che senso? Ve lo spiego con un esempio. Prendiamo la parola sketch che, presa in prestito dal francese nella sua forma inglese, non lascia trasparire la sua origine italiana.

Tutto è iniziato con la parola schizzo, che in nederlandese ha assunto la forma schets. In seguito l’inglese l’ha presa in prestito dal nederlandese, diventando sketch, per arrivare finalmente al francese, sotto questa forma inglese, ma con un nuovo significato di “scenetta, solitamente comica”.

Questa è una testimonianza del fatto che le lingue hanno assorbito nel tempo svariati prestiti stranieri (perché non chiamarli doni?) e a volte è difficile determinare quale lingua ha donato all’altra. E a proposito di prestiti, permettetemi una veloce digressione. Le parole straniere possono entrare in una lingua in diverse forme: se restano invariate (standard, film, computer) si chiamano prestiti integrali; se vengono adattate (cocchio deriva dall’ungerese kocsi) sono prestiti adattati; se vengono tradotte (pellerossa deriva dall’inglese redskin) parliamo di calchi.

Dalle lingue a me

Da traduttrice e appassionata di comunicazione per me le lingue rappresentano da sempre uno strumento per ampliare i miei orizzonti, confrontarmi con nuovi punti di vista e sperimentare che la diversità non è mai qualcosa di sbagliato o pericoloso ma è semmai sempre un’opportunità di arricchimento della propria identità.

Allora:  vi ho convinti a iniziare a studiare una nuova lingua? 

Bibliografia e letture consigliate:

  • Il nostro cervello di Umberto Dinelli (Marsilio)
  • Le lingue e il linguaggio di G. Graffi e S. Scalise (Il Mulino)
  • Morte e rinascita delle lingue di C. Hagège traduzione di L. Cortese (Feltrinelli)
  • L’Avventura delle lingue in Occidente di H. Walter traduzione di S. de Mauro (Laterza)
  • L’italiano e le lingue degli altri (vol.6) di C.Giovanardi e E. De Roberto (GEDI)